Businessman: imposta uno stile di vita sano dopo 60 anni trascorsi all’avventura! L’intervista al Dr. Luigi Maselli

La salute è la risorsa essenziale della vita, la risposta perfetta di un organismo al suo ambiente, non semplicemente assenza di malattia ma benessere totale.

È evidente che oggi non siamo in grado di preservare un ambiente favorevole alla salute e l’OMS ha dovuto riconoscere che bisogna urgentemente affrontare il problema dell’aumento delle malattie croniche non trasmissibili attraverso l’informazione, l’educazione e la prescrizione di stili di vita salutari. Certo anche i geni giocano un ruolo importante, soprattutto nella misura in cui, sempre noi con i nostri comportamenti, attraverso la nutrizione, il movimento, quei sani stili di vita di cui dicevo prima, nonché le reazioni biochimiche ad essi combinate, possiamo svegliare o tenere silenti i nostri geni nel bene e nel male.

Possiamo considerare la genetica una componente fissa, mentre ambiente, alimentazione, attività fisica, stress, sono le variabili.

Tuttavia, quanta maggiore conoscenza ho del mio patrimonio genetico tanto più posso intervenire sullo stesso, rafforzandolo ed evitandone, o perlomeno ritardandone, le risposte patologiche.

Le differenze genetiche, infatti, determinano anche differenti risposte metaboliche: esiste una precisa chimica delle reazioni non solo a quello che mangiamo, ma anche a quanto mangiamo e a quando lo mangiamo.

Questo ci porta direttamente verso un’altra considerazione: le indicazioni nutrizionali sono indicazioni medie per la popolazione, se si vuole avere una risposta specifica da un dato organismo, diventa indispensabile conoscerne il patrimonio genetico.

Nutrigenomica (la scienza che studia le correlazioni tra gli alimenti e le modifiche del DNA) e la Nutrigenetica (la scienza che si occupa di studiare i rapporti tra il patrimonio genetico e la variabilità individuale ai cibi) sono le due scienze della nutrizione che, basando diagnosi e prognosi sul patrimonio genetico, consentono al nutrizionista di valutare la specifica risposta metabolica del soggetto ai diversi macronutrienti.

Un esempio paradosso è quello relativo ai carboidrati. Mediamente si sa che assumere più del 49% della propria dieta in carboidrati porta ad un aumento del peso, ma questa “informazione generica e media” non ha valore per color che sono “non sensibili” ai carboidrati, i quali possono avere anche una diminuzione del peso all’aumentare del consumo di carboidrati.

La genetica pertanto serve a personalizzare la percentuale di macronutrienti e micronutrienti nelle singole diete. Un altro esempio è dato dal convincimento comune che l’assunzione di omega 3 favorisca il colesterolo buono a scapito di quello cattivo, ovviamente non vale per tutti, così come esistono persone che bevendo molto caffè si proteggono dall’infarto, laddove per la maggior parte è una bevanda nociva.

E lo stesso discorso vale con riferimento all’ambiente in cui si vive che spiega come pur vivendo nello stesso ambiente tossico, esempio la prossimità a stabilimenti dell’industria pesante, alcuni si ammalino ed altri no.

Date queste premesse emerge una nuova visione della scienza biomedica che da curativa deve diventare prima di tutto predittiva e personalizzata, con vantaggi lapalissiani: riduzione del peso economico sui costi della sanità pubblica, aumento delle consapevolezze e dello stato di benessere con diminuzione delle sofferenze per i singoli grazie all’anticipazione della presa in carico di quelli che allo stato attuale sono considerati solo come disturbi ma che nel tempo diventano malattie vere e proprie.

E da qui comincia il cammino di chi desidera impostare uno stile di vita sano. La conoscenza della propria specifica sensibilità verso nutrienti e micronutrienti è il primo indicatore: se so di avere una genetica sensibilità al sale, ne posso dedurre che sarò più facilmente soggetto ad avere la pressione alta, il che deve naturalmente portarmi a ridurre il sale nella mia dieta.

La branca della medicina che si occupa di studiare le ricadute degli stili di vita sulla salute è la Medicina degli Stili di Vita importata in Italia grazie alla Mediterranean Society of Lifestyle Medicine.

I Pilastri della Medicina dello Stile di vita sono:

cosa, come e quando mangiamo;

se, come e quando svolgiamo attività fisica;

se e come rispondiamo allo stress;

se e come sosteniamo le relazioni affettive.

Ma come far apprendere uno stile di vita attivo al meglio?

Le cosiddette “tecniche attive di apprendimento” coinvolgono attivamente la persona nel processo di apprendimento.

La lezione, nelle sue diverse accezioni, è certamente il modo di insegnare più frequentato, ciò non significa che sia il metodo più efficace per ogni disciplina e per ogni apprendimento.

Al contrario, in tutte le discipline (anche in quelle più teoriche) si dovrebbero attivare metodi diversi:

per sviluppare processi di apprendimento diversi e più autonomi (non solo quello per ricezione, ma anche per scoperta, per azione, per problemi, ecc.);

per garantire un’offerta formativa personalizzabile (l’allievo che non impara con un metodo, può imparare con un altro);

per promuovere e/o consolidare l’interesse e la motivazione dei soggetti coinvolti nella formazione.

È quanto accade persino alla guida di una macchina.

Non impariamo a guidare leggendo un manuale, ma facendo pratica concreta dei vari movimenti.

E con ripetizione costante apprendiamo le manovre in modo opportuno.

Dieci anni dopo non ci ricordiamo cosa è scritto nel manuale, ma se ci mettiamo al volante la memoria delle azioni corrette da compiere torna senza difficoltà.

Si potrebbe avanzare una legittima obiezione:

apprendere un concetto è la stessa cosa che imparare a guidare una macchina?

Come si può mettere sullo stesso piano un processo mentale interno e un’azione esterna?

La differenza non è così grande …

Ogni idea che viene in mente è accompagnata da un linguaggio automatico subvocale che formula verbalmente quel concetto.

Ma cos’è il linguaggio subvocale?

Il linguaggio subvocale viene anche definito monologo interiore.

Ovvero, formuliamo a noi stessi silenziosamente i pensieri e le idee che ci vengono in mente. Solitamente non siamo consapevoli di questo processo.

Infatti, persino quando il nostro linguaggio subvocale non produce frasi complete, elabora tuttavia parole chiave che stabilizzano i nostri concetti, approfondendo la nostra traccia mnemonica e riportando il concetto alla mente quando abbiamo bisogno di questa informazione.

Una volta che la traccia mnemonica viene stabilizzata, le nostre menti possono proseguire oltre e possiamo generare altri pensieri sull’argomento.

Se vogliamo che la lezione una volta entrata da un orecchio non esca dall’altro, occorre che a seguito di essa vi sia la pratica. Quotidiana.

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